Sezione dedicata alle vicende storiche avvenute sul
Monte Piana durante la Grande Guerra e al Museo Storico all'Aperto oggi
costantemente curato e ampliato dall'Associazione Amici del Monte Piana, premio
IFMS 2016, con il supporto logistico del 6° Reggimento Alpini.
Di
Carlo Magistrali, da Rendiconti Online della Società Geologica Italiana, Vol. 36
(2015), pp. 86-89
IL MONTE PIANA E LE DOLOMITI ORIENTALI
Il
Monte Piana è situato nelle Dolomiti nord-orientali e il suo territorio si
estende nei comuni di Auronzo di Cadore (BL) e di Dobbiaco (BZ). Dal 2009
appartiene all’area “Dolomiti settentrionali” del Bene Dolomiti, patrimonio
mondiale UNESCO. Il monte è costituito da una piattaforma di Dolomia Cassiana,
che raggiunge uno spessore prossimo ai 1000 m, suddivisa in due sommità dalla
forcella dei Castrati; la cima più elevata, quella meridionale, raggiunge i 2325
m di quota. I fianchi del monte sono fortemente acclivi e scendono verso il lago
di Landro a Ovest, la valle della Rienza a Nord, la val Rinbianco a Est e la val
Popena a Sud. La porzione sud orientale alla base è meno acclive, in quanto
impostata sulla Formazione di San Cassiano, e scende verso la conca del lago di
Misurina. Il Monte Piana è circondato da alcuni dei più importanti gruppi
dolomitici, tra cui la Croda Rossa d’Ampezzo, il Cristallo, le Marmarole, i
Cadini di Misurina, le Tre Cime di Lavaredo, il Monte Paterno, i Tre Scarperi,
la Croda dei Rondoi e tutte le Dolomiti di Sesto.
I PRINCIPALI AVVENIMENTI BELLICI
Sul Monte Piana fu rappresentato tutto il repertorio bellico andato
contemporaneamente in scena sull’intero fronte alpino lungo il confine con
l’Impero asburgico. Con gli italiani all’attacco, nelle prime fasi, e gli
imperiali arroccati nelle munitissime difese, da tempo predisposte in punti
strategici favorevoli. E poi la guerra di posizione con le trincee, i
reticolati, le gallerie (di attacco, di difesa, di mina), i gas asfissianti, i
lanciafiamme, gli assalti frontali, l’urlo della mitragliatrice (la “grande
falciatrice”), le migliaia di Caduti per la conquista-difesa-perdita-riconquista
di qualche posizione, spesso avanzata di solo pochi metri rispetto al punto di
partenza. E ancora la morte bianca per le valanghe, ma anche per il freddo e le
malattie.
Sul Monte Piana le ostilità iniziarono il 24 maggio 1915 e terminarono il 3
novembre 1917, quando gli italiani dovettero abbandonare la posizione a seguito
della rotta di Caporetto. In tutto questo tempo gli imperiali riuscirono a
mantenere il possesso della Sommità Nord impedendo agli italiani di raggiungere
Dobbiaco e la Val Pusteria. Questi riuscirono ad avanzare solo poche centinaia
di metri sul versante sud-est della Sommità Nord, oltre la Forcella dei
Castrati, che separa le due sommità.
Il bilancio delle vittime dei due anni e mezzo di guerra ammonterebbe
complessivamente a 14.000 Caduti (stima, peraltro, non da tutti condivisa).
I primi scontri si registrano tra il maggio e il giugno 1915. Gli imperiali sono
pronti ad affrontare l’attacco italiano: hanno eretto una vera e propria
muraglia di artiglieria difensiva, che ha il suo punto più forte nei pezzi
nascosti in caverna sul Monte Rudo ed è completata dalle batterie posizionate
sul Col di Specie (sopra Pratopiazza), sulla Torre degli Scarperi, al Passo
Grande dei Rondoi e al forte di Landro. Il 24 maggio gli italiani si affrettano
ad approntare il proprio sistema difensivo-offensivo, costruendo trincee lungo
l’orlo meridionale del monte e spingendo un plotone fino alla Piramide Carducci.
L’artiglieria nemica apre il fuoco sulla colonna dei portatori italiani e uccide
due alpini: sono i primi caduti italiani sul fronte del Cadore.
Dopo un attacco di alleggerimento del 7 giugno condotto dagli imperiali, i
contendenti continuano soprattutto l’opera di consolidamento delle posizioni:
scavano profonde trincee, stendono reticolati di filo spinato e costruiscono
nuovi sbarramenti. Gli imperiali riescono a piazzare sulla Sommità Nord alcuni
pezzi di artiglieria da montagna, ma non cambiano la propria condotta improntata
alla difesa, pur effettuando puntate offensive e tiri di artiglieria.
Il 30 giugno sono finalmente disponibili le batterie italiane di medio e grosso
calibro, per cui diventa possibile pianificare un attacco in forze contro gli
sbarramenti di Landro e di Sesto. L’espugnazione della Sommità Nord è affidata
principalmente alla brigata Marche, che punta alle opere di cresta: una ridotta
scavata nella roccia, coperta da zolle di terra e con un profondo reticolato, e
una trincea a dominio della Forcella dei Castrati congiunta al saliente della
ridotta da un camminamento a zig-zag profondo due metri. La presidia una
compagnia ricoverata nelle baracche a destra del Sentiero dei Pionieri. È la
prima vera battaglia, che si prolunga fino al 20 luglio.
Nell’azione del 17 cade il Maggiore Angelo Bosi, Comandante del 3° battaglione
del 55° reggimento fanteria della Brigata Marche, decorato di Medaglia d’Argento
al Valor Militare. Lo ricordano un cippo eretto sul luogo della morte e il nome
assegnato al Rifugio alpino, che oggi si trova dove sorgeva il Comando italiano.
Gli attacchi proseguono senza successo nei due giorni successivi. Il 20 luglio
si tenta un’azione notturna, durante la quale alcuni plotoni italiani riescono a
penetrare nella prima trincea austriaca facendo prigionieri gli occupanti.
Sull’onda di questo successo si tenta di conquistare tutte le posizioni
austro-ungariche della Sommità Nord. Ma quando, all’alba, le artiglierie nemiche
cominciano a tirare, gli italiani devono ripiegare. Questa azione costa agli
attaccanti 104 morti, 578 feriti e 151 dispersi.
Dal 2 al 5 agosto la brigata Umbria esegue un attacco, impiegando piccoli
reparti lungo le pendici occidentali di Monte Piana, formati di elementi scelti,
dotati di speciale equipaggiamento per infiltrarsi e aggirare le posizioni
nemiche: si delinea così il concetto operativo che sarà poi proprio degli
Arditi.
Un nuovo attacco è effettuato l’11 agosto. Gli italiani arrivano fino al costone
occidentale della Sommità Nord e riescono ad occuparlo. Nel pomeriggio i nemici
contrattaccano, ma troppo debolmente e sono respinti. Il contrattacco prosegue
il giorno successivo e poi nella notte. La mattina del 13 agosto, kaiserjäger e
standschützen sferrano un violento attacco. Quelli che riescono raggiungere le
trincee italiane ingaggiano furiosi corpo a corpo con i fanti. Il 14 gli
imperiali sono costretti a interrompere l’azione per mancanza di mezzi: a sera
sono completamente respinti.
Dall’11 al 26 settembre gli italiani tentano un’azione avvolgente, sempre con
l’obiettivo di conquistare la Sommità Nord. Il maggior ostacolo incontrato sono
i reticolati di filo spinato: fanti e genieri non riescono a tagliarli o a
svellerli. L’artiglieria scarica più di mille colpi sulle postazioni
austro-ungariche causando ingenti danni e gravi perdite, ma non riesce a
sbloccare la situazione. Alla fine, dopo l’ennesimo cruento tentativo,
l’operazione è definitivamente sospesa.
Da questo momento in avanti si può dire che su Monte Piana si hanno solo duelli
quasi quotidiani delle opposte artiglierie, con tiri di disturbo. Per i
successivi due anni si registra perciò solo qualche piccola operazione di
rettifica della linea.
Nell’ottobre si provvede soprattutto ad eseguire i lavori per l’ultimazione dei
rifugi e delle postazioni avanzate in vista dell’inverno, che sul Monte Piana
inizia con i 70 centimetri di neve caduta il 26 novembre. Incomincia qui un
nuovo tipo di guerra: quella contro i rigori dell’inverno.
Il 5 marzo 1916 una valanga travolge 150 imperiali: le ricerche proseguono per
17 ore alla completa mercé degli italiani che però, pur avendo il tiro libero,
non sparano nemmeno una fucilata. Il 15 marzo un’altra valanga piomba sulla
baracca dell’infermeria austriaca causando 24 morti.
Nel maggio del secondo anno di guerra i comandi italiani, che hanno ormai
rinunciato ad avanzare verso la Val Pusteria, cercano di capire se ci siano
concrete possibilità di occupare un tratto ripido e roccioso al di là della
Forcella dei Castrati, sulle pendici orientali della Sommità Nord. Un piccolo
contingente di zappatori, attraversata la forcella, si attesta alla base del
pendio: queste posizioni saranno poi chiamate “Guardia di Napoleone”.
Durante la primavera italiani e imperiali sono impegnati nella manutenzione dei
sentieri e delle posizioni, perché il disgelo crea seri problemi per la
viabilità, a causa delle imponenti quantità di fango che si generano.
Le operazioni militari riprendono in estate. Gli imperiali sono impegnati in
attacchi contro la “Guardia di Napoleone” e per la riconquista della cosiddetta
“Kuppe K”, una posizione strategica sull’angolo nord-est del Fosso Alpino,
appena sotto la Sommità Nord. Tentano anche, senza successo, di impadronirsi
della Forcella dei Castrati.
Durante l’autunno e l’inverno si lavora soprattutto per estendere e migliorare
le fortificazioni.
Sui fianchi della Sommità Nord, in zona Fosso Alpino, gli italiani costruiscono
la “Ghirlanda”, così chiamata per l’andamento pressoché circolare delle
postazioni.
Anche gli imperiali migliorano le loro posizioni, sia difensive (“Trincea dei
sassi”), sia logistiche, per esempio rinforzando le dotazioni tecnologiche della
funicolare proveniente da Landro e costruendo un magazzino viveri capace di
contenere razioni giornaliere per 21 giorni per 800 uomini. Ferve anche il
lavoro per l’allestimento di gallerie. Gli imperiali ne costruiscono due a prova
di bomba fino alle postazioni più avanzate: la “galleria principale” e la
“galleria dei kaiserjäger”, dotata di rotaie e di cavi elettrici. Gli italiani
realizzano una galleria di mine sotto la “Guardia di Napoleone” e una galleria
d’assalto a partire da questa.
Il 13 dicembre cadono 7 metri di neve e il termometro raggiunge i -42°: la morte
bianca miete più vittime degli scontri a fuoco. In alcune giornate il cambio
avviene dopo soli 30 minuti, per evitare il pericolo di congelamenti.
Agli inizi del 1917 la battaglia tra i contendenti si accende nelle viscere
della montagna: è la lotta delle gallerie di mina e contromina, a profondità che
raggiungono i 200 metri. La tensione è al massimo: le truppe italiane vivono
nella caverna della galleria d’assalto, pronte a respingere un’eventuale
irruzione degli avversari, che dal canto loro vivono la sindrome del Castelletto
e del Col di Lana.
Durante la primavera gli imperiali tornano a considerare la possibilità di
conquistare la Sommità Sud: il piano operativo prevede di realizzare una
galleria di mina sotto le postazioni italiane situate attorno alla Piramide
Carducci. Ma quando la galleria è quasi terminata, arriva l’ordine di
interrompere i lavori, perché gli italiani hanno sospeso l’operazione mine.
Ma altri lavori sono in cantiere. Nell’agosto del 1917 le opere di Monte Piana
raggiungono un tale livello da meritare un sopralluogo di ufficiali francesi,
giapponesi e rumeni e perfino del re, che 17 agosto fa visita alle truppe
italiane.
Nella seconda metà di ottobre gli imperiali sferrano un attacco contro la
“Ghirlanda”: è condotto con estrema violenza, ma ha solo carattere dimostrativo
e il suo scopo è trattenere le riserve italiane nel Cadore, distogliendole da un
eventuale impiego sul fronte dell’Isonzo. Prevedendo l’immediata reazione
italiana il comando nemico invita a soffocare sul nascere i contrattacchi e a
porre la massima cura nell’operazione gas. Quando inizia l’attacco nevica, ma il
candore della neve è profanato dalle esalazioni dei gas asfissianti e dalle
vampate dei lanciafiamme. Gli scontri si protraggono per ben tre giorni, ma alla
fine la “Ghirlanda” torna in mani italiane. Nel corso di questi combattimenti,
il 22 ottobre cade il Ten. Ruggero De Simone, che sarà decorato di Medaglia
d’Oro. Come si legge sul cippo: «Con un manipolo di prodi assalì la balza
infernale, lottò disperatamente finché la quarta ferita mortale gli spegnava
sulla bocca il grido di “Viva l’Italia!” lanciato al nemico, protesta estrema di
eroismo».
Come già detto, il 3 novembre i nostri soldati abbandonano la posizione su Monte
Piana, a seguito della rotta di Caporetto.
Le tracce degli avvenimenti sopra sinteticamente richiamati sono ancora oggi
leggibili sul terreno, percorrendo i sentieri e visitando le opere ripristinate
del Museo Storico all’aperto di Monte Piana.
IL MUSEO STORICO DI MONTE PIANA: MEMORIA, EDUCAZIONE,
TUTELA E VALORIZZAZIONE
Circondato meravigliosamente dalle le cime delle Dolomiti
settentrionali dichiarate dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità, il Monte Piana
gode di una sua preziosa specificità: può contare su amici
fedeli e
organizzati che si prendono cura di lui. E che ne hanno fatto un autentico Museo
Storico all’aperto, unico nel suo genere, luogo vivente d’incontro e di pace tra
i popoli. La forza dell’Associazione “Amici del Monte Piana” è l’impegno
gratuito nell’assicurare sistematicamente il ripristino e la manutenzione – con
cura “filologica” e criteri ispirati all’archeologia moderna – delle opere e
dell’ambiente che furono teatro di tante azioni belliche durante il primo
conflitto mondiale e che, ogni anno, subiscono danni dalle intemperie e dal
disgelo. Appassionati frequentatori di crode, questi volontari sono animati dal
desiderio di approfondire il rapporto uomo-montagna: un binomio che il progresso
e il divenire non potranno mai scindere. Qui studiano, ovviamente, il rapporto
con la montagna dell’uomo combattente, alle prese con le difficoltà imposte da
un ambiente severo, ancor più che dai pericoli della guerra. Raccolgono le
testimonianze e le tracce della vita quotidiana in trincea. Onorano e ricordano
i tanti sacrifici dei combattenti con l’intento tenacemente perseguito di
educare le nuove generazioni ad apprezzare la pace e a prevenire le cause dei
conflitti armati. L’Associazione “Amici del Monte Piana” prosegue lungo il solco
tracciato nel 1977 dal Colonnello austriaco Walter Schaumann, ideatore della
“Via Della Pace”: un itinerario ideale che si sviluppa lungo la linea del
confine italo-austriaco, legando simbolicamente e fisicamente in sincera
amicizia quei popoli che furono costretti a combattersi a vicenda. La squadra di
manutenzione continua a lavorare al Museo all’Aperto attraverso una paziente
opera di intervento sugli elementi che inevitabilmente subiscono le minacce del
tempo. Durante le prime due settimane di agosto, i volontari (mediamente una
ventina) trascorrono le ferie accampati sulla Sommità Sud, ripulendo trincee e
camminamenti dai detriti accumulatisi all’interno; ricostruiscono fedelmente
tratti di muro a secco crollati; recuperano ciò che resta dei vecchi ricoveri,
ripristinandone l’originale struttura in legno; attuano una radicale pulizia
della montagna dai rifiuti, in rispetto del fatto che tale sito è divenuto area
protetta. Inoltre, assicurano la manutenzione dei sentieri di accesso dalle
valli circostanti, curando la relativa segnaletica. E, ovviamente, svolgono una
costante funzione informativa ed educativa nei confronti dei tanti visitatori
del Museo. Considerato il continuo e progressivo aumento dell’interesse del
pubblico per la visita di tale zona storica, i volontari ripristinano nuovi
tratti dell’ex prima linea, così che ogni anno il Museo possa vantare un suo
modesto, ma significativo, ampliamento. Una nuova pagina storica sempre più
ampia e sentita è così aperta e invita l’appassionato a praticare
l’escursionismo non solo a scopo paesaggistico, faunistico o botanico, ma anche
storico: per imparare ciò che il Paese è stato, non solo leggendolo nei libri,
ma anche passo dopo passo su di un sentiero. Memoria, educazione, tutela e
valorizzazione, appunto.
L’ultimo reperto portato alla luce tra
lo stupore generale è il frammento di una tombola rinvenuta all’interno di una
trincea. Un pezzo di carta di cento anni fa in cui sono ancora ben visibili
alcuni numeri. A ritrovarlo, il geologo Carlo Magistrali, 36enne di Borgonovo,
che da vent’anni trascorre almeno due settimane in tenda sul monte Piana nel
mese di agosto insieme ai volontari dell’Associazione Amici del Monte Piana.
L’intento è quello di conservare la memoria della Grande Guerra per non
dimenticare il sacrificio di migliaia soldati che combatterono su quelle
montagne. L’area compresa tra le province di Belluno e Bolzano, un tempo confine
tra Italia e Austria, fu teatro del sanguinoso conflitto tra i due eserciti che
si affrontarono tra il 1915 e il 1917. I morti furono migliaia. Oggi è possibile
visitare dieci chilometri di trincee, ripristinate grazie al lavoro dei
volontari che, ogni anno, si ritrovano per valorizzare il Museo Storico a cielo
aperto.
Tra ricordi arrugginiti
«Ritrovare qualcosa appartenuto a
qualcuno che si trovava in quei luoghi cento anni fa è impressionate », spiega
Magistrali. «Nel caso della tombola lo è ancora di più perché i frammenti di
carta sono stati trovati a cinquanta metri dalle linee nemiche. A volte
recuperiamo scatolette arrugginite che apparentemente non hanno alcun valore ma
potrebbero essere state l’ultimo pasto per un soldato e questo fa riflettere».
La vita nel campo
Il gruppo di volontari è formato da una
ventina di uomini e donne di età compresa tra i venti e i sessant’anni. Alcuni
di loro portano anche i figli piccoli. La vita del campo inizia presto. Per
vedere un’alba da togliere il fiato occorre svegliarsi alle sei, altrimenti, il
gruppo si alza verso le sette e dopo un’abbondante colazione, dà il via
all’attività. «Quando arriviamo prima di tutto ci dedichiamo alla manutenzione
», racconta il piacentino. «Bisogna ripristinare le trincee che durante
l’inverno si riempiono di terra e sassi. Ricostruiamo fedelmente tratti di muro
a secco crollati; recuperiamo ciò che resta dei vecchi ricoveri e sistemiamo
anche i sentieri di accesso. In seguito passiamo all’ampliamento del Museo.
Quando scaviamo, con strumenti a mano come badili, martelline e picconi, dalla
terra emergono schegge di bombe, proiettili sparati, scatolette, oggetti
personali dei soldati». Nel gruppo, a turno, ci si occupa della cucina, della
spesa, delle pulizie e qualcuno rimane sempre a gestire il banchetto per fornire
informazioni ai turisti. A supportare l’attività sul fronte logistico c’è anche
il VI Reggimento Alpini di Brunico; il comando Truppe Alpine mette a
disposizione mezzi che risultano molto preziosi per il lavoro dell’Associazione.
Storia, famiglia, alpini
«Quando avevo sedici anni sono andato
sul monte Piana con mio padre e ho visto il campo base per la prima volta.
Abbiamo recuperato il numero di telefono e l’anno dopo ho iniziato a far parte
del gruppo, sono stato tra i più giovani. Non vedevo l’ora di partecipare e non
è stato per niente traumatico visto che qualche anno prima, in terza media,
avevo anticipato l’esame per poter andare al campo estivo organizzato dalla
33esima batteria di artiglieria da montagna con il V Reggimento della
Tridentina. Siamo stati una decina di giorni in tenda tra il lago di Braies e il
lago di Antorno». Un’esperienza in cui si fondono tre grandi passioni: montagna,
storia e alpini. E l’avventura è certamente un vizio di famiglia visto che il
fratello di Carlo, Francesco Magistrali, è protagonista di Esmeralda Expedition,
viaggio di un anno alla scoperta del Sudamerica senza utilizzare viaggi a
motore, quindi a piedi, in bici e in canoa. «La passione per la montagna e per
la storia è nata in famiglia », racconta Carlo. «Poi nel 1990 ho conosciuto il
sottotenente degli alpini Mario Realini, reduce della Seconda guerra mondiale.
Con i suoi racconti mi ha trasmesso la voglia di entrare a far parte della
grande famiglia delle Penne nere». Magistrali è segretario del Gruppo alpini di
Borgonovo, collabora al Centro studi dell’Ana che organizza numerose iniziative
per tenere viva la memoria della Grande Guerra ed è membro attivo della
Protezione civile Ana. Tra gli interventi impossibili da dimenticare ci sono il
terremoto dell’Emilia, in cui il gruppo di volontari piacentini montò le prime
tende del campo di Finale e l’aiuto agli abitanti della Valnure colpiti dalla
devastante alluvione del 2015. Tra i ricordi più belli legati alle estati
trascorse sul Piana si inserisce sicuramente la visita del 2012 da parte del VI
Reggimento alpini, allora guidato dal colonnello piacentino Luigi Rossi. I
volontari accompagnarono i militari in un tour tra le trincee. Quella del monte
Piana è un’avventura avvincente per chi ha grande spirito di adattamento.
L’acqua per la pasta
«Viviamo in mondo un po’ primitivo, a
oltre 2.300 metri di altezza ovviamente non ci sono comodità, anche se cerchiamo
di non farci mancare nulla. A volte però capita di usare anche l’acqua piovana
per fare la pasta», racconta Magistrali. «Siamo soggetti alle intemperie. Si
alternano giornate torride a bufere di neve. Nel 2006 sono caduti venti
centimetri di coltre bianca. Spesso ci svegliamo con il gelo e quest’estate
abbiamo sopportato raffiche da cento chilometri orari. Nulla a che vedere
comunque con quanto vissuto dai soldati cento anni fa. Il bollettino del
dicembre 1916 parla di sette metri di neve e quarantadue gradi sotto lo zero e
il loro equipaggiamento era ben diverso da quello attuale». Il gruppo che
trascorre il mese di agosto sul Piana mantiene i contatti anche durante il resto
dell’anno. «Ormai tra noi si è creato un sodalizio, abbiamo tante passioni in
comune, ogni anno non vediamo l’ora di tornare sul monte». Il piacentino ha
anche creato le carte geografiche del Museo all’aperto; la pagina con tutte le
informazioni relative all’Associazione degli Amici del Monte Piana è disponibile
sul sito Internet dell’Ana Piacenza.
“Ricordare per prevenire”, la
missione dei volontari nel museo di Schaumann
La realizzazione del Museo storico del
Monte Piana è iniziata nel 1977 per opera del colonnello austriaco Walter
Schaumann; l’idea del gruppo da lui fondato, Amici delle Dolomiti, era quella di
creare un legame di amicizia tra i popoli che si erano combattuti durante la
Prima guerra mondiale e costruire un itinerario lungo la linea di confine
italo-austriaco. Il Monte Piana si erge tra le province di Belluno e Bolzano.
Dal 1983, il neo costituito Gruppo Volontari Amici del Piana, inizia la sua
attività di ripristino e manutenzione delle trincee che diventeranno un Museo
storico all’aperto. “Ricordare per prevenire” è la mission del Gruppo che con
orgoglio, ogni anno, contribuisce alla diffusione della conoscenza storica tra
gli appassionati di escursionismo. Un lavoro duro portato avanti dai volontari
per finalità educative: i libri ne parlano, i sentieri raccontano la storia dal
vivo. Dal 1986 il Gruppo dedica il suo nome ad Elio Scarpa, vicepresidente della
Fondazione Monte Piana, scomparso improvvisamente. L’Associazione Amici del
Monte Piana che conta una trentina di iscritti, nel giugno del 2016 ha ricevuto
il premio istituito da Ifms (Federazione Internazionale dei Soldati della
Montagna), un insieme di associazioni nazionali di soldati in armi e congedati,
con specifico addestramento di montagna. Nel sito dell’Associazione Amici del
Monte Piana si legge: “Uomo e montagna. Uomini che vivono e in questo caso
combatterono su di essa; un binomio che il progresso e il divenire non potranno
mai scindere”. Nicoletta Marenghi